20 giorni in Giappone

17gg Un giorno a Shirakawa-go la cittadina storica

Ci siamo svegliati all’alba per andare a Shirakawa-go un antica cittadina della valle del Gifu dove sono ancora presenti le case in legno con il tetto spiovente di paglia.
Abitazioni che hanno ormai più di 500 anni e che sono state riadattate come ryokan per ospitare i turisti.

Per arrivare a Shirakawa da Kyoto dobbiamo cambiare due treni e poi prendere un costoso autobus locale che parte da Kanazawa o da Takayama, arriveremo per ora di pranzo.

La ragazza delle prenotazioni treni voleva prenotarci un diretto per Nagoya facendoci arrivare con due ore di ritardo, così le ho chiesto di prenotarci lo Shinkansen con cambio a Nagoya, per seguire il programma di viaggio che avevo calcolato usando il comodissimo sito www.
hyperdia.
com, forse il modo migliore per trovare treni e trasporti in Giappone.
obento on shinkansen
Per colazione abbiamo preso direttamente due bento in stazione, perché non facevamo in tempo a farla prima di partire e perché è un modo per sentirsi più vicini ai modi di fare dei giapponesi che lo consumano sempre sul treno, specialmente sugli Shinkansen.

Kyoto ci saluta con una giornata triste ed uggiosa, perfetta per il mio umore che non vorrebbe abbandonare questa città che forse più delle altre mi porto nel cuore, con il suo incedere lento ed i centinaia di templi, l’antico quartiere delle geisha ed i moderni centri commerciali nella zona della stazione.
Una città piena di giovani e di anziani con una gran voglia di aiutare i turisti o semplicemente scambiare quattro chiacchiere.

Il paesaggio che si gode dal treno nel tratto strada che va verso Takayama è di quelli che tolgono il fiato.
La ferrovia costeggia una largo fiume che scorre in una stretta gola tra alte montagne dalla fitta vegetazione.
Ogni tanto tra il verde intenso sbuca qualche casetta di campagna solitaria aggrappata alla sponda del fiume o incastrata in piccoli paesini con tutte casette basse ed i tetti spioventi con le tegole grigie.
panorama treno takayama
Ai bordi del fiume verde smeraldo, spiccano le ruvide rocce bianche, in parte corrose dallo scorrere del fiume.

Nelle ampie distese, tra i campi di riso delle donne lavorano chinate riparate da ampi cappelli di paglia.

Solo alcune case hanno le tegole del tetto di un colore blu scuro, misto a grigio.
Al sole luccicano come se fossero di vetro fuso con una speciale polvere di stelle.
Sono incantevoli e spiccano tra tutte le altre che hanno tegole moderne oppure le classiche tegole grigie con i fregi sui bordi che si possono vedere anche nei templi o i castelli.

Di tanto in tanto, tra le rocce bianche e grigie del fiume si nota un pescatore, non indossa un largo cappello di paglia e le infradito ma mi fa comunque venire in mente Sampei alla ricerca della carpa dorata.

Arrivati a Takayama compriamo i biglietti per l’autobus e facciamo in tempo a prenotare tutto il viaggio di ritorno fino a Tokyo, in modo che faremo più in fretta al ritorno domani.

Sull’autobus siamo mortificati perché con i nostri bagagli abbiamo dovuto occupare oltre ai nostri due posti ma non c’è altro modo per mettere i bagagli.
Due turisti stranieri salgono sull’autobus e chiedono all’autista di andare giù a prendere i loro pesanti ed enormi trolley.
Non riesco a capire per quale motivo non possano portarli su da soli visto che sono giovani e forti e vorrei proprio chiederglielo.
L’educazione non è un concetto diffuso in tutto il mondo e questi due turisti con la puzza sotto il naso io li prenderei a calci, altro che portargli le valige sull’autobus.

Dall’autobus noto un bambino piccolissimo che va a scuola da solo, indossa un cappello giallo e si comporta molto prudentemente, prima di attraversare si ferma a bordo strada e poi passa tenendo la mano alzata per farsi notare.
Se potessi vorrei avere un figlio che cresca così come questo bambino, sereno e responsabile in una società dove non c’è bisogno al mattino di prendere l’auto ed accompagnarli a scuola generando solo un inutile traffico.

Sul ciglio della strada c’è un signore anziano che va in bici, indossa un grembiule da cucina e credo stia andando a fare la spesa.
Ponte sospeso a Shirakawag
Quando si arriva a shirakawa-go la si nota subito, la cittadina infatti si trova dall’altra sponda del fiume e per arrivarci bisogna attraversare un lungo ponte in pietra sospeso e traballante sul fiume.

Shirakawa-go è un paesino fantastico, con tutte case con tetto spiovente in paglia, è attraversato da piccole stradine e dei canaletti a bordo strada dove nuotano le carpe Koi dai loro mille colori.
Koemon Ryokan
Il nostro ryokan è uno dei primi che si incontrano dopo il ponte pedonale, si chiama Komeon, la padrona di casa è gentilissima e ci da una stanza sul retro con tatami che affaccia su un piccolo giardino d’acqua che trasmette pace e serenità.
Una parte della cittadina è adibita museo, pagando un biglietto irrisorio si possono visitare una serie di case tipiche che sono state portare qui da vari villaggi del Giappone.
Alla fine del giro troviamo anche un piccolo palco con un bel concerto di musica classica.
Siamo stanchi quindi non andiamo anche in giro per il paese a visitare tutte le abitazioni che la gente del posto apre ai turisti chiedendo una cifra simbolica, ne guardiamo una e poi decidiamo di trasferirci alla Onsen cittadina.

La mia prima volta in un onsen è stata un esperienza fantastica.
Per prima cosa, una volta entrati ed aver pagato il biglietto da 400yen ho dovuto salutare Simona che è andata nella sezione delle donne, per poi mi immergermi in questo mondo fantastico a me sconosciuto.
All’ingresso oltre ad una zona con lavandini e phon ci sono gli armadietti in cui riporre i vestiti e gli oggetti personali.
Qui bisogna spogliarsi completamente per poi attraversare una porta a vetri per mettersi in una zona calda ed umida.
La prima cosa da fare quando si entra in un onsen è lavarsi, io ho cercato di osservare cosa facevano gli altri per poi imitarli.
Mi sono seduto su uno sgabello ho aperto la docceta e con i saponi in dotazione mi sono lavato, dapprima i capelli e poi il corpo.
A questo punto ero pronto per la prima vasca con l’acqua bollente.
Gli altri si immergevano lentamente per poi andarsi a rilassare sotto un getto idromassaggio renale.
Ognuno può tenere con se solo una piccola asciugamano che credevo di poter conservare asciutta ma dopo un minuto quando l’ho appoggiata sul bordo vasca come facevano gli altri era già zuppa.

La speranza di tenere l’asciugamano asciutta l’ho persa subito, dopo due minuti quando l’ho poggiata sul bordi piscina come facevano gli altri ed è diventata una spugna piena d’acqua.
Per un po’ non vi nascondo che sono stato ad osservare i corpi nudi degli altri anche per sfatare o confermare un mito riguardo alle dimensioni dei membri maschili giapponesi, poi sono entrato a p pieno nella parte ed ho dimenticato tutto ciò che c’era intorno rilassandomi.
Dopo un po’ che stavo ammollo mi sono accorto che mi sentivo un po’ girare la testa così mi sono alzato e sono andato nella parte esterna dell’onsen.
In piedi su una pietra, completamente nudo e con la pelle fumante, ho osservato il panorama, lo scorrere del fiume, le due cascate in lontananza e le case con i tetti di paglia.
Ho respirato a pieni polmoni quel l’aria candida provando una sensazione di fresco su tutto il corpo.
Improvvisamente un grosso falco ha spiccato il volo, sulla riva opposta tra i verdi e rigogliosi alberi del bosco, giocando libero nell’aria.
È strana la sensazione che si prova nell’osservare tutto questo completamente nudi, ci si sente quasi parte della natura stessa.
Pure questi rinsecchiti girasoli erano una sola cosa con me e tutto il mondo.
Quando mi sono ripreso mi sono immerso nella vasca esterna, era fantastica la sensazione di avere caldo e freddo contemporaneamente ed ho immaginato a come potrebbe essere stare immerso in questa vasca d’inverno, quando fuori è tutto ricoperto di soffice e bianca neve.
Rientrato ho voluto provare l’esperienza della sauna, per cinque minuti ho sopportato un calore inimmaginabile, sudando anche l’anima, poi sono uscito e mi sono immerso nella vasca ghiacciata per qualche minuto.
Almeno fino a che il fisico non mi ha chiesto di uscire.
Questa prova è stata più difficile di quella precedente perché sono dovuto riuscire a prendere aria e respirare, per regolamentare la leggera tachicardia che mi era presa.
Per questa volta poteva bastare, così mi sono lavato di nuovo.
Poi strizzando quello che restava della mia asciugamano mi sono tolto le gocce d’acqua da dosso, come indicava il cartello e sono andato ad asciugarmi.
Al ryokan si cena alle 18:30, quindi ci tocca muoverci per raggiungerlo in tempo.

Arrivati in netto anticipo rispetto alla cena indossiamo gli yukata che il ryokan ci ha messo a disposizione ed attendiamo che ci chiamino bevendo tè verde e mangiando dei biscottini che ci hanno lasciato in camera.
Cena tradizionale al Ryokan
La cena in un ryokan è diversa da tutte le altre, non solo per l’orario, si cena alle 18:30 ma per le modalità.
Quando ci chiamano troviamo la sala comune, quella con il braciere centrale ricavato nel pavimento ed una televisione un tantino fuori luogo, pronta ad ospitare la cena.
su bassissimi tavolini hanno servito la cena.
Su ogni tavolo c’è un vassoio pieno di piccole ciotole ed in un angolo del vassoio c’è una specie di sostegno con dentro una fiamma che regge una pentolino in metallo coperta che ospita carni e verdure in cottura.
Per accompagnare la cena c’è tè verde da fare al momento, acqua ed un contenitore pieno di riso bianco.
Sul vassoio, zuppa di miso con frittata, piccola tenpura, sottaceti vari, quella che sembra una mini trota cotta sotto sale, patate dolci, porti rosa e tante altre cosette.
È tutto buonissimo e più gustoso delle cene fatte nei ristoranti fino ad ora.
Quando provo la carne poi, resto senza parole, potrei farmi adottare dalla signora e restare a vivere con lei se fosse d’accordo ad avere un figlio italiano.
Il quantitativo è giusto per una cena anche se in camera mangeremo il dolce bananosissimo comprato oggi al combini.
Finiamo tutto lentamente mentre nella moderna tv a schermo piatto passano le immagini della storia di questa casa centenaria che ci ospita.
Alla fine della cena ci sentiamo in dovere di andare in cucina a ringraziare la signora per la bontà che ci ha servito, ed anche per l’eleganza con cui sono state disposte sul tavolo e la dolcezza con cui ci sono state servite.
Futon pronti per la notte
In camera troviamo i futon aperti e pronti sul pavimento ed il tavolino sposato sotto la finestra.
Mentre cenavamo, hanno preparato le stanze per la notte.

Prima di rintanarci in camera decidiamo di fare due passi, indossiamo gli zoccoli in legno messi a disposizione per uscire di casa ma troppo piccoli per i nostri piedoni europei.
E’ calata una notte intensa e profonda nella cittadina che non ha alcuna illuminazione stradale.
Con l’ausilio di una torcia fornitaci dal proprietario di casa, passeggiamo nel silenzio irreale di una notte giapponese.
Dopo un po’ mi abituo a stare in equilibrio precario sugli zoccoli tipici giapponesi e penso che potrei comprarne un paio, anche se a Roma non ci sarebbe occasione di usarli.
E’ la notte perfetta per incontrare dei fantasmi che sono soliti mostrarsi all’uomo nelle calde e buie notti estive ma dopo una lunga passeggiata senza incontrare anima viva, decidiamo d tornarcene in camera.

Simona dorme beata dalle 21:30, io me ne sto sdraiato sul futon a bere tè verde da un paio d’ore, sembro un personaggio dei libri di Tanizaki, illuminato solo da una tenue luce che illumina soltanto il tavolo vicino al quale sono seduto, osservo fuori dalla finestra il piccolo giardino giapponese.
Anche se da solo un po’ mi annoio e preferirei avere qualcuno con cui parlare, vorrei che questa sera non finisse mai, così come l’acqua calda di questo termos che al momento mi è vitale per preparare sempre una nuova tazza di te.
Quello che manca in questa scena è una bottiglia di sakè e qualcuno con cui berla fino all’ultima goccia.